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Breve storia del cinema digitale
Il proto-digitale degli anni '70
Gli anni '80: lo sviluppo delle tecniche digitali
L’età d’oro degli anni '90
La fine del millennio: il 3D si perfeziona
“Verso il futuro e oltre”: l’inizio del nuovo millennio
2003-2005: le ultime produzioni
Il proto-digitale degli anni '70
Guerre Stellari (1977) di George Lucas è il punto di partenza di questa breve storia degli effetti speciali digitali applicati al cinema. Per poterlo realizzare Lucas fondò la Industrial Light + Magic, che mise a punto una serie di congegni, gettando le basi per gli sviluppi futuri nel campo degli effetti speciali digitali. Una perfetta integrazione e gestione di numerosissimi elementi nella stessa scena, grazie al Dykstraflex e all’uso del blue screen, sono le grandi innovazioni di questo film, precursore di stili e tecniche ormai divenuti di dominio pubblico. A partire da questa eroica produzione la Industrial Light + Magic diede il via alla sua incessante messa a punto di nuove tecnologie e software per la realizzazione di effetti sempre più “speciali”. Quasi contemporaneo al capolavoro di Lucas fu Alien (1979) di Ridley Scott, i cui effetti visivi furono curati dalla casa inglese Filmfex Animation Services Ltd. In Alien la casa inglese si servì di procedimenti simili a quelli che, di lì a poco, sarebbero stati sviluppati con tecnologie digitali; questi procedimenti furono utilizzati specialmente per l’animazione degli animatronics dell’alieno, che in seguito i tecnici avrebbero cercato sempre più di sostituire con esseri digitali.
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Gli anni '80: lo sviluppo delle tecniche digitali
Le migliorie apportate agli hardware e il conseguente sviluppo di software capaci di elaborare numericamente le immagini resero più diffuso l’utilizzo delle tecniche digitali. In E.T l’extraterrestre (1982) di Steven Spielberg si è ancora in una fase di passaggio, in cui convivono animatronics e gestione digitale del blue screen, ma gran parte dell’illuminazione delle textures dei pupazzi è gestita con il computer. Tre anni dopo in Ritorno al futuro (1985) di Robert Zemeckis, ad esempio, il digitale viene utilizzato per cancellare dalla fotografia di famiglia McFly i vari componenti e per l’effetto luccicante del salto temporale della macchina De Lorian. Vero e proprio capolavoro degli anni ’80 per l’uso del blue screen e per le nuove tecniche a esso applicate (sviluppate dalla Industrial Light + Magic) fu Chi ha incastrato Roger Rabbit? (1988), sempre di Robert Zemeckis. In questo film, in cui la realtà e il mondo dei cartoon si fondono perfettamente, il digitale diventa elemento attivo della messa in scena. Alla fine del decennio James Cameron con il suo The Abyss (1989) mette in scena la prima creatura acquatica digitale, che diventa un vero e proprio personaggio. Fu proprio per questo film che la Industrial Light + Magic creò una nuova materia che metteva assieme le caratteristiche di fluidità (proprie dell’acqua) e di resistenza (proprie dei solidi e necessarie alla figura per sostenersi). Sorprendentemente efficace risultò anche l’interazione della materia con gli attori.
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L’età d’oro degli anni '90
Ancora James Cameron e la Industrial Light + Magic producono nel 1991 Terminator II - Il giorno del giudizio, in cui la casa di produzione supporta lo Stan Winston Studio nella realizzazione degli effetti visivi del film: nasce così il cyborg mutante T-1000, replicatore di qualsiasi forma organica con cui egli venga a contatto. Grazie all’uso del morphing 3D combinato con la motion capture si porta l’immagine numerica a elevati livelli qualitativi. Il duo Industrial Light + Magic e Stan Winston Studio torna alla ribalta nel 1993, con la grande produzione di Jurassic Park di Steven Spielberg. Con i formidabili animatronics, che venivano animati e contestualizzati digitalmente, il film diventa un grande videogioco, con trappole, prove da superare, missioni da compiere. Gli animatronics verranno sostituiti con la creazione di animali completamente digitali nel 1997 con il secondo episodio dal titolo Il mondo perduto: Jurassic Park. Ottimo esempio di integrazione di immagini non fotorealistiche con la realtà profilmica è The Mask (1994) di Chuck Russel. La Industrial Light + Magic riesce qui ad integrare alla perfezione l’effetto cartoon della maschera con il resto del corpo reale di Jim Carrey, grazie soprattutto al software RenderMan, ideato dalla Pixar appositamente per l’integrazione di elementi digitali in film ripresi dal vero. Proprio la Pixar Animation Studios, nata nel 1984 dalla creatività di Steve Jobs - che proveniva dalla Industrial Light + Magic stessa - ha sviluppato negli anni nuove tecniche e nuovi software, rivoluzionando esteticamente la storia del digitale con il capolavoro Toy Story, diretto da John Lasseter nel 1995. Toy Story è infatti il primo lungometraggio interamente animato digitalmente. Dello stesso anno sono anche i film Casper di Brad Silberling, Johnny Mnemonic di Robert Longo e Jumanji di Joe Johnston. Un fantasmino interamente realizzato in digitale nel primo, il cyberspazio gibsoniano trasportato sul grande schermo nel secondo, la pelliccia digitale degli animali e un devastante vortice che risucchia tutto nel terzo, assegnano una volta per tutte al digitale una posizione di rilievo nell’industria cinematografica. L’elemento del vortice-tornado è ripreso e sviluppato in Twister di Jan de Bont, film uscito nelle sale l’anno successivo e per il quale la Industrial Light + Magic sviluppò un software capace di riprodurre i tornado digitalmente. Sempre del 1996 è l’uscita di Mars Attacks! di Tim Burton, che si serve del computer per estremizzare le situazioni paradossali create nel film: invece di cercare la verosimiglianza, il regista rincorre l’assurdità, l’ironia dei personaggi marziani ispirati a delle figurine degli anni ’50. Anche il genere del film d’azione può attingere a piene mani dal bacino di effetti speciali prodotti digitalmente. È il caso di Nome in codice: Broken Arrow (1996) di John Woo. Con questo titolo si ritorna al digitale fotorealistico e alla perfetta integrazione tra attori reali e ambiente digitale circostante. Di particolare rilievo sono i movimenti a velocità estrema dei mezzi di trasporto sui quali agiscono i personaggi.
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La fine del millennio: il 3D si perfeziona
Un altro anno fortunato per il cinema digitale fu il 1997. Tra i numerosi titoli di rilievo se ne contano sei particolarmente importanti, che spaziano tra il genere catastrofico e quello comico-fantastico. È infatti una commedia buffa e fantastica quella interpretata da Robin Williams in Flubber, diretto da Les Mayfield, in cui interamente digitale è il flubber appunto, una materia gelatinosa e metamorfica. Dirette al computer sono pure le sue interazioni con gli oggetti reali e alcune ricostruzioni degli ambienti che permettona alla materia di muoversi liberamente nelle scene. Ancora una commedia, tinta però da un tocco di fantascienza e azione, è Men in Black di Barry Sonnenfeld. La Industrial Light + Magic in questo caso è chiamata ad animare tutta una serie di alieni buffi e ripugnanti che si celano in una New York futuristica e high-tech. In Batman & Robin di Joel Schumacher il digitale è al servizio di un mondo fantastico da cartoon, colorato e ricco d’azioni acrobatiche. Molti salti innaturali ed evoluzioni dei personaggi sono ricreati al computer da stunt-man digitali. Tra le case di produzione di effetti speciali che hanno lavorato alla realizzazione di questo film vanno ricordate la Rythm & Hues (US), la Buf Compagnie (FR) e la Warner Digital Studios (US). Una simile commistione di elementi reali e digitali, compresi i personaggi stessi, è presente nel film di Luc Besson Il quinto elemento, in cui un’équipe della Digital Domain capeggiata da Nick Dudman ha animato macchine su scenografie minuziosamente costruite sul set e poi digitalizzate, evocanti una fantascienza da Métal Hurlant. È ancora Digital Domain a dirigere gli effetti dell’avventuroso-catastrofico Dante’s Peak di Roger Donaldson, dove viene messa in scena l’eruzione vulcanica per eccellenza della storia. Ma la perla degli effetti speciali digitali del 1997 è il campione d’incassi Titanic di James Cameron, supportato nella sua impresa dalla Digital Domain e da altre diciassette società. Qui non solo è digitale la ricostruzione del cedimento della nave, ma anche molte comparse sono virtuali, in special modo quelle che vengono sbattute sul ponte e scaraventate in mare nelle scene clou del film, in perfetta integrazione scenica con gli elementi reali. La fine del decennio è segnata da altri quattro film rilevanti: Fight Club di David Fincher, Haunting-Presenze di Jan De Bont, Matrix dei fratelli Larry ed Andy Watchowski, e Star Wars Episodio 1: La minaccia fantasma di George Lucas, tutti usciti nelle sale nel 1999. Dai movimenti di camera e dalle innovative inserzioni ipertestuali di Fight Club si passa all’animazione dei tessuti e dei capelli di Haunting- Presenze; questi ultimi vengono realizzati dalla Tippett Studio mettendo a punto vecchi software e creando per la prima volta un elemento digitale con la stessa texture del suo corrispondente reale, con grande verosimiglianza del risultato finale. La grande star di fine millennio è senz’altro la coppia Wachowski con il suo rivoluzionario Matrix. Il film fa un massiccio uso del digitale, non solo per confermare la potenza del computer, ma anche per innovare e sviluppare ulteriormente i mezzi tecnici impiegati. Il bullet-time, il morphing, il ritocco digitale di tutta la pellicola, le esplosioni, i voli, le acrobazie tendono ad accostare Matrix a un film d’animazione. Infine, George Lucas torna sugli schermi con il primo episodio della saga di Guerre Stellari, Star Wars Episodio 1: La minaccia fantasma, realizzato grazie agli sviluppi tecnologici elaborati dalla Lucasfilm. Se Toy Story è stato il primo film realizzato in 3D senza pretese fotorealistiche, le ricerche tecniche di Lucas danno vita al primo film fotorealistico completamente manipolato digitalmente.
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“Verso il futuro e oltre”: l’inizio del nuovo millennio
L’inizio del nuovo millennio è caratterizzato da interessanti produzioni, in cui l’uso delle tecnologie digitali continua ad evolversi raggiungendo livelli di eccellenza. Ne L’uomo senza ombra (2000) Paul Verhoeven, oltre ad usare perfettamente il blue screen, riesce a mostrare la graduale riapparizione di un gorilla passando attraverso la comparsa di ogni organo - dal più interno al più esterno - a partire dal cuore, passando per le fasce muscolari fino alla pelle. I supereroi tornano invece con due film: X-Men (2000) di Bryan Singer e Spider-Man (2002) di Sam Raimi, con la supervisione agli effetti speciali di quel John Dykstra che aveva realizzato gli effetti del primo Guerre Stellari. In X-Men un sapiente uso del digitale riesce a rendere le atmosfere fantastiche da fumetto senza “invadere” troppo le scene. In Spider-Man le riprese di New York dal vero si alternano ad altre riprodotte in CGI con il sistema della fotogrammetria, in modo da rendere possibili tutte le evoluzioni del ragno. Nel 2001 Steven Spielberg realizza il kolossal A.I.-Artificial Intelligence, un film di genere fantascientifico che sembra celebrare nel titolo stesso le nuove tecnologie numeriche. Set virtuali, animazione di oggetti combinata con modellini animati meccanicamente e una perfetta gestione della luce contribuiscono a creare un mondo onirico. Esperti degli effetti speciali come Stan Winston e il geniale duo della Industrial Light & Magic, Dennis Muren e Scott Farrar, hanno supervisionato gli scenari e le visioni fantastiche che fanno da ambientazione al film, ottenuti tutti digitalmente. Spielberg tornerà nel 2002 assieme alla Industrial Light & Magic con un'altra magia da grande schermo: il film Minority Report, in cui molti elementi, come macchine e ragni, sono interamente digitali. Dello stesso anno è il primo film della saga de “Il Signore degli Anelli”, Il Signore degli Anelli – La Compagnia dell’Anello di Peter Jackson. La saga si è conclusa nel 2003 con l’ultimo episodio Il Signore degli Anelli –Il Ritorno del Re, dopo l’uscita nel 2002 de Il Signore degli Anelli –Le Due Torri. I tre film si possono considerare un’opera unica della durata di circa dieci ore, in cui vengono combinate tutta una serie di tecniche vecchie e nuove e vengono sviluppati appositamente nuovi software (ad esempio il programma Massive, per animare centinaia di comparse digitali). Il capolavoro di Jackson segna così un nuovo traguardo dell’estetica dell’immagine digitale. Il cinema si fonde con il videogioco nel film Final Fantasy: The Spirits Within (2001) di Hironobu Sakaguchi, film totalmente realizzato in CGI e che sfrutta molto bene le tecniche di motion capture e key animation. Di grande interesse in questi anni è il film di Richard Linklater Waking Life (2001) che utilizza un software in grado di ridisegnare e ricolorare le riprese dal vero con attori in carne ed ossa: una sorta di rotoscope digitale. Sempre del 2001 è la risposta della Dreamworks PDI ai film di successo della Pixar: Shrek diretto da Andrew Adamson, Vicky Jenson e Scott Marshall. L’innovazione in questo film consiste nell’uso di un sistema chiamato Shaker, che permette di ricostruire una forma umana partendo dallo scheletro fino alla superficie più esterna. In tal modo tutto è più vicino ai movimenti, alla massa e alle espressioni reali. Anche il genere drammatico strizza l’occhio al digitale. Un esempio ne è il capolavoro di Jean-Pierre Jeunet Il favoloso mondo di Amélie Poulain (2001). Gli studi della francese Duboi hanno messo a punto un software per ritoccare la pellicola, saturarne i colori (si veda il rosso acceso e intenso) e per rendere la luce più espressiva. Il digitale è stato usato anche per animare gli oggetti che circondano la protagonista, quasi possedessero quella vita magica che ....
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2003-2005: le ultime produzioni
Appuntamento a Belleville (2003) di Sylvain Chomet dimostra come sia possibile far uso di tecniche d’animazione digitale, fondendole perfettamente all’animazione tradizionale. L’integrazione delle due tecniche fa assurgere il film a opera esemplare della possibile convivenza tra vecchio e nuovo. Altro riuscitissimo esempio di questa integrazione è La Sposa Cadavere (2005) di Tim Burton, capolavoro in stop motion con pupazzi, che si è avvalso delle riprese digitali per un più agevole movimento di camera e per un feedback quasi immediato sul lavoro di ripresa. La Pixar ha segnato altri punti a suo favore con Alla ricerca di Nemo (2003) diretto da Andrew Stanton e Lee Unkrich e con il recente Gli Incredibili (2004) di Brad Bird, in cui gli studi approfonditi e le abilità tecniche della squadra capeggiata da John Lasseter hanno sviluppato e perfezionato nuove tecniche, creando mondi credibili ma non fotorealistici come da tradizione Pixar; in tal modo è stato possibile raccontare la realtà attraverso caricature senza riprodurla. Le ultime produzioni PDI/DreamWorks, Shark Tale (2004) di B. Bergeron, V. Jenson e R. Letterman e Madagascar (2005) di E. Darnell e T. MacGrath sono entrambe commedie brillanti che prendono come pretesto il mondo animale (quello di squali e pesci in Shark Tale e quello di animali da zoo in Madagascar) per raccontare e ridere dei tic, dei vizi e delle nevrosi della nostra contemporaneità. Infine, rimane sempre vivo l’amore per i supereroi con film quali Batmans Begins (2005) di Christopher Nolan e I Fantastici quattro (2005) di Tim Story. Per il prima la Double Negative ha ideato Gotham City manipolando digitalmente alcuni panorami di Chicago; il film I Fantastici quattro - che riporta sul grande schermo i personaggi della serie di fumetti del 1961 di Stan Lee e Jack Kirby - cerca invece di enfatizzare l’incredibilità delle imprese compiute dai supereroi con un uso estremo degli effetti speciali.
La realizzazione di effetti speciali è diventata una componente così importante e complessa nella realizzazione di un film che sono spesso coinvolte più di una casa di produzione a dimostrare che è ormai necessario avvalersi di più strutture per rispettare i tempi di produzione di un film ad alto budget, così come è avvenuto per Le Cronache di Narnia: il leone, la strega e l'armadio di Andrew Adamson (2005). Agli effetti speciali di questo film hanno lavorato alcune tra le case di produzione più importanti: la Industrial Light & Magic (ILM), la Rhythm & Hues, la Sony Pictures Imageworks e la Weta Workshop Ltd. Il King Kong di Peter Jackson (2005) sorprende il pubblico per l'incredibile realisticità del gorilla gigante ottenuta mediante la tecnica della motion-capture (tecnica già utilizzata dalla casa di produzione neozelandese Weta Digital per la realizzazione del personaggio di Gollum de Il Signore degli Anelli). Il 2005 segna inoltre il ritorno della casa di produzione inglese Aardman Animation Studios specializzata nell'animazione in stop-motion con il film Wallace & Gromit: la maledizione del coniglio mannaro, opera che, come La Sposa Cadavere di Tim Burton, è stato realizzato con la tecnica tradizionale della stop-motion integrata con numerosi interventi di computer grafica.

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